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Ecco il dossier di Pizzarotti anti-Di Maio: “Il regolamento del Movimento 5 Stelle è nullo”

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Federico Pizzarotti sta preparando una sorpresa al direttorio del Movimento cinque stelle, in particolare a colui che considera il responsabile del suo siluramento nascosto dietro mail anonima, Luigi Di Maio. Esiste un dossier che il sindaco di Parma sta compilando con acribìa, giorno dopo giorno, e al quale abbiamo potuto dare uno sguardo.

 

Il primo elemento che salta agli occhi è che – se ci sarà espulsione – Pizzarotti farà causa; anche se in tarda mattinata si limita a dire «noi ci teniamo tutte le porte aperte, anche questa» (pur senza chiudere a un’improbabile riappacificazione, «però dipende da loro»). Tutti i documenti che sono raccolti nel dossier – consulenze legali, atti giudiziari, verbali di riunioni politiche, sms e whatsapp «di cui ho mostrato solo una piccola parte» – hanno un background giuridico che dichiara apertamente quale sia la strada: Pizzarotti fa politica ma, in questo grillino fino in fondo, anzi, memore della lezione di Gianroberto Casaleggio, la fa con uno studio legale dietro. Si tratta di uno studio assai apprezzato di Bologna, l’avvocato che lo sta assistendo è Elisa Lupi. Il punto chiave è questo: quand’anche esistesse una regola violata da Pizzarotti (in realtà non esiste, obietta lui; e il testo del regolamento del non Statuto M5S gli dà ragione, su questo), «non può ritenersi conforme ai principi costituzionali – scrivono gli avvocati – la regola che preveda, sia pure all’interno di un’associazione non riconosciuta, che taluno degli iscritti possa subire conseguenze pregiudizievoli nel caso in cui abbia omesso di comunicare di propria sponte, ovvero a semplice richiesta degli organi sociali, determinati dati giudiziari che lo riguardano, in quanto trattasi di illecita (sottolineato) ingerenza negli altrui diritti costituzionali alla difesa e alla riservatezza».

 

 

La traduzione è chiara: il regolamento che Pizzarotti avrebbe violato, anche se esistesse una regola, è «giuridicamente nullo», è un testo che non esiste dal punto di vista di un’eventuale controversia; perché palesemente anticostituzionale. Si profila un’obiezione legale simile a quella che potrebbe esser fatta sul contratto che la Casaleggio, come rivelò «La Stampa», fece firmare ai candidati romani, a partire da Virginia Raggi: quel contratto, al di là di tutte le considerazioni di natura politica, è di sostenibilità giuridica molto dubbia.

 

Forte di questa certezza Pizzarotti si prepara a fare causa; ma prima darà battaglia politica. «I parlamentari devono esser loro a venire a Parma», attacca. La richiesta dello streaming ha un fine: dare dei «bugiardi» in diretta web a quelli del direttorio, non in maniera emotiva, ma su testi giuridici e documenti. L’accusa che verrà mossa da Pizzarotti è questa: «Non esistono le regole con cui Di Maio mi fa fuori, e oltretutto, quelle che vengono genericamente citate, la “trasparenza”, sono regole ad personam».

 

A Parma tutti ritengono che l’indagine sulle nomine al Regio difficilmente approderà a un rinvio a giudizio. Che il sindaco debba andare avanti. Lui, è quasi certo, si ricandiderà: il che spalanca una voragine per il M5S in Emilia, una sua terra fondativa. Nel frattempo Pizzarotti parla, va in tv, dialoga coi tg; sta rivoltando il grillismo contro i figlioletti di Grillo. «Mal consigliato da questi ragazzini», dice Pizzarotti riferendosi a quelli del direttorio. Anche contraddittori, perché Di Battista «sostiene che hanno deciso tutti insieme, e Di Maio dice invece che ha deciso Davide».

 

 

Nel dossier Pizzarotti evoca ovviamente il punto del regolamento che gli dà ragione, l’articolo 4, commi a, b, c. Non è mai menzionata la questione degli avvisi di garanzia. Ci racconta un’ottima fonte che il sindaco ha tenuto un diario – in questo alla andreottiana – in cui sono annotate tutte le cose che Di Maio gli ha detto e non detto nel tempo: comprese le mancate risposte. Il direttorio ora ha due vie, dolorose: concedere lo streaming, o negarlo. Nel primo caso è l’Armageddon, anche perché molti parlamentari sono inferociti, nelle chat interne, per quello che è stato fatto al sindaco; nel secondo la dimostrazione che la trasparenza è un’ipocrisia a uso e consumo della fazione vincente.

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