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COSI’ I PRETI FOTTONO PERSINO LA PENSIONE AGLI ITALIANI: SAI QUANTO PRENDONO? E, SOPRATTUTTO QUANTO HANNO VERSATO?

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COSI’ I PRETI FOTTONO PERSINO LA PENSIONE AGLI ITALIANI: SAI QUANTO PRENDONO? E, SOPRATTUTTO QUANTO HANNO VERSATO?

Sarà pure un posto sicuro, ma non garantisce un futuro prospero. «Fare il prete», in parecchie zone d’ Italia, per decenni è stata quasi un’ ambizione. La speranza che molte madri nutrivano per i loro figli. Una «professione» prestigiosa (basta pensare al potere e al ruolo dei parroci, specie nei piccoli centri) e dunque cercata. Considerazioni che, evidentemente, prescindevano da scrupolosi calcoli sullo stipendio e, soprattutto, sulla pensione di «domani». E in effetti gli ex sacerdoti (e più in generale gli ex ministri di culto di varie confessioni religiose) sono in coda alla classifica degli assegni Inps: stiamo parlando di 13.539 soggetti che ogni mese incassano in media solo 623 euro. Davvero una miseria: il 30 per cento in meno rispetto ai 978 euro (e non parliamo di cifre da ricchi) che ricevono in media gli ex lavoratori dipendenti. I dati emergono da un documento pubblicato pochi giorni fa dalla Corte dei conti, grazie al quale è possibile costruire la mappa delle pensioni del Paese e scoprire, conseguentemente, quali lavori garantiscono (o di sicuro hanno garantito) un assegno alto. Una fotografia che non contempla alcune categorie legate ad altri istituti di previdenza, dai medici ai giornalisti, dai commercialisti a molte altre libere professioni. I numeri della mappa previdenziale si riferiscono a gennaio 2016: qualcosa, dunque, potrebbe essere cambiato nei successivi 15 mesi.

Per trovare una pensione più bassa rispetto a quella pagata ai sacerdoti a riposo, bisogna arrivare ai coltivatori diretti: 1.537.691 assegni da 603 euro ciascuno. Al di sotto di queste due categorie ci sono solo le 857mila pensioni e assegni sociali oltre che i quasi 3 milioni di prestazioni per invalidi civili: in entrambi i casi, stiamo parlando di appena 422 euro mensili.
Diamo uno sguardo ai «paperoni» Inps. A guidare la classifica – ma questa non è una sorpresa – ci sono gli ex dirigenti di aziende industriali (quelli che per anni hanno versato i contributi all’ Inpdai): la media dei 127.161 assegni staccati dall’ istituto di previdenza ai «vecchi» manager è pari a 3.870 euro al mese. Si tratta di una cifra poco più alta rispetto agli ex lavoratori del comparto «volo»: in ballo ci sono 6.857 ex piloti ed ex hostess, ai quali l’ Inps versa ogni 30 giorni 3.505 euro. Si cala sensibilmente a 2.022 euro con i 74mila ex lavoratori del comparto telefonico e poi ancora più giù a 1.997 euro con i 98mila ex dipendenti di aziende «elettriche».

C’ è un altro gruppetto che va da 1.600 euro a 1.800 euro: assegno medio da 1.651 euro ai 105mila pensionati del comparto trasporti, 1.688 euro ai 222mila ex ferrovieri, 1.846 euro ai 5.371ex addetti del comparto gas, 1.811 euro ai 5.566 ex esattori delle tasse. Solo altre tre categorie galleggiano sopra i mille euro al mese: i 144mila ex postini (1.392 euro), gli 8.0479 vecchi dazieri (1.390 euro), i 6.363 ex minatori (1.198 euro).

Tolto il clero e le minime, finora abbiamo snocciolato le cifre del milione di pensionati che si becca più di 1.000 euro al mese. Che rappresenta, tuttavia, solo il 5% degli oltre 18 milioni di assegni «staccati» ogni mese dall’ ente presieduto da Tito Boeri. Le fetta maggiore – ovvero la metà delle prestazioni (47%) corrisponde agli ex lavoratori dipendenti ai quali mediamente viene erogata una pensione da 978 euro. Di qui si cala sistematicamente: agli 1,6 milioni di ex artigiani vanno 882 euro, agli 1,3 milioni di commercianti vanno 813 euro, ai 13.539 ex preti, come già raccontato, 623 euro, agli 1,5 milioni di contadini 603 euro.

Mentre 422 euro è la cifra pagata per gli assegni sociali 857mila) e per gli invalidi (2,9 milioni). Ancora più giù – e qui si completa la mappa – restano solo i 166 euro pagati a 356mila ex parasubordinati (gestione separata), i 60 euro erogati alle 1.318 ex casalinghe, i 48 euro riconosciuti per le pensioni «facoltative». Sulle pensioni dei preti, negli ultimi anni, c’ è stata polemica a più riprese, anche in Parlamento. Polemica legata al fatto che lo Stato copre una parte dei versamenti per coprire il deficit del «Fondo clero»: i contributi previdenziali.

versati dalle tonache sono piuttosto esigui. Tant’ è che, se si legassero gli assegni a quanto effettivamente versato, il 61% dei sacerdoti subirebbe un taglio superiore al 50%, mentre il 37% vedrebbe ridotto l’ assegno mensile tra il 45% e il 50%. Occhio alle eccezioni: alcuni sacerdoti sono di «serie A» e oltre all’ assegno del fondo clero, ne portano a casa un altro che in media si aggira sui 1.000 euro. E per qualcuno il bis supera addirittura quota 2.000 euro. Pure dietro gli altari ci sono i privilegiati.

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